non nutro grande stima per i tipi che erano con me alla scuola mediaset. ad essere sincera, se ci penso, mi viene da piangere. come tutti i simpaticissimi colleghi (tipi fra l'odioso e il mortifero, assortiti abbastanza casualmente fra professioni e provenienze) ho fatto il mio bel test da dialoghista di soap. a differenza di tutti loro, ho considerato un assoluto complimento non passarlo. io? scrivere una soap? a pensarci adesso lo vedo ancora più come un pericolo scampato. sembrava di essere perennemente ad un cineforum di quelli straimpegnati, dove non importa che tu capisca un emerito cappero di quel che vedi. basta che tu ci sia e ti finga interessato. dopo la scuola mediaset è capitato un po' di tutto. fare il negro per fiction oscene (sono autrice di una scena porno interpretata da mariagrazia cucinotta...), scrivere bibbie non pagate per sceneggiatrici deliranti, scrivere articoli conto terzi, editare libri così mostruosamente brutti da volersi seppellire in mezzo ai fogli. di intentato è rimasto veramente poco. mentre i colleghi della suddetta scuola sono finiti a scrivere soap e fiction (con un appiattimento che ha del mostruoso, per cui non si capisce come si possano fare differenze fra un progetto e l'altro, con una scrittura infame, dialoghi che definire telefonati è poco e personaggi che spesso piovono dal cielo). alcuni hanno scritto anche libri. due, se non sbaglio. e sono uno peggio dell'altro. (a strappare le pagine, come fa il tach di "igiene dell'assassino", forse si salva una frase fatta). ci penso e ci ripenso, svuotandomi il cervello dal superfluo, per far spazio ad un pensiero che mi faccia compagnia per un po', se davvero deve sopravvivere, prima di diventare altro. sarà che da quando faccio il lettore mi sento una miracolata. mi capitano in mano i libri degli altri e sono nella fortunata posizione di poter imparare dai loro errori. e sarà che da quando faccio inchieste mi sembra che a saperla raccontare (e cioè trovare, raccogliere e montare) la realtà sia incredibilmente affascinante, ma non riesco a pensare che le cose sarebbero state migliori, se avessi vinto il test per dialoghista. io mi sento ancora felice di non sbattere in tv tutta la robaccia che gli sceneggiatori italiani riescono a mettere insieme. non mi è mai passato di mente quel grande giallista italiano che piazzò in una sceneggiatura un tale armato di coltellino, ma in pigiama, e appena sveglio, in una casa popolata dai demoni. certi spettacoli teatrali scritti così male, ma così male che non si sapeva come spiegare all'autore che non era il pubblico a sbagliare, e che la sala in effetti non avrebbe dovuto essere deserta ma colma di pesci in decomposizione. sono piena di dubbi, mi sembra di aver sempre visto - studiato - vissuto - imparato - troppo poco per stare da sola con un foglio bianco, a illudermi di tirar fuori qualcosa di cui si sente la necessità. sto ancora chiedendomi se michele mi ha insegnato qualcosa, se sono riuscita a capire il senso del montaggio delle inchieste come lui lo intende. davanti ad ogni storia potenziale mi chiedo quanto tempo potrebbe reggere e se un qualunque cane potrebbe rappresentarla. mi stupisco di quanta abilità serva per raccontare la normalità, per descrivere quello che abbiamo intorno. ma davvero ho avuto gli stessi insegnanti di questi scemi?
domenica 18 maggio 2008
roma-genova, andata e ritorno.
"è stato calcolato che il peso delle formiche esistenti sulla terra è pari a venti milioni di volte quello di tutti i vertebrati." così lo scultore ottocentesco amos pelicorti detto il mirmidone rispondeva a coloro che gli chiedevano perché componesse le sue opere in mollica di pane. da quando aveva letto la notizia su un giornale era rimasto a tal punto folgorato da lasciare le predilette sculture in marmo per il candore alternativo della farina. i suoi capolavori venivano sfornati caldi e dati in pasto alle formiche.
stefano benni, "la compagnia dei celestini".
mai partire con un libro che ci hai messo 2 mesi a trovare. va a finire che lo leghi indissolubilmente alla situazione, e non riesci più a leggerlo per prenderti una vacanza. ti sembrerà, anzi, che la voce di nothomb ti faccia da guida in giro per genova.a genova ci arrivo di martedì, verso sera. il tutto parte la sera prima, quando m. decide che potrebbe essere interessante fare una trasmissione da una chiesa, che localizza a parma, piena di persone fatte venire da genova. in un rapido giro di telefonate, la chiesa e le persone si collocano a genova, quindi volo delle 17.45, di un pomeriggio di roma piovosa, con una mare di complicanze in nuce. fatto sta che in 3 giorni ce la facciamo, e poi andiamo in onda, e poi capitano un sacco di imprevisti e poi facciamo il 19,79 con qualcosa che nessuno di noi condivide. ma tant'è.
prima dell'intervallo genovese c'era un fidanzato felice per l'uscita delle sue copertine, così felice da fare i tour delle librerie per andarle a scovare. sono belle, no? abbiamo festeggiato un sacco, e stavamo ancora festeggiando, prima dell'intervallo genovese. il fatto è che questo lavoro sembra una molesta pausa pubblicitaria, per cui tu ti stai guardando un gran bel programma e s'inserisce alitalia. strano, no? c'erano state le vongole, i pomodori caramellati, un trionfo di gelato e poi c'è stata la valigia. ho preso le mie contromisure. vado in giro comparando prezzi di creme abbronzanti, che presto andranno acquistate per partire per le vacanze. penso a quanti parei mi servono, a quante magliette bianche e semplici, a quanti sandalini piatti e a che profumo preferisco dopo la doccia. nel frattempo leggo. e recensisco su commissione. a volte mi vengono idee bizzarre come la risistemazione della libreria, di domenica mattina. ma che ci posso fare se qui piovono libri e noi siamo a rischio esplosione ogni giorno di più? cerco di ricordarmi cosa mi piaceva fare nei momenti di riposo, pianifico letture da spiaggia e da terrazzo, ipotizzo corsi di pasta fresca. non faccio i conti col capo, questo è certo. che ne sarà di me nei prossimi mesi?
lunedì 12 maggio 2008
umphfgh.
all the plums
that were in
the icebox
and which
you were probably
saving
for breakfast.
forgive me
they were delicious
so sweet
and so cold.
William Carlos Williams, "This is just to say"
e poi diventa lunedì. poi c'è il 13, c'è il giorno di sciopero dei mezzi e quello in cui ti scanni col fidanzato. è così tutti i mesi. resta da decidere se è primavera oppure no, nell'attesa pile di scarpe e attaccapanni con ancora i cappotti, che non si capisce bene come butta. anche al lavoro, del resto. prepari una puntata con un'inchiesta su una cosa e finisci a chiederti, mentre fai le ultime 7 telefonate della giornata alle 9 di sera, dal telefono di casa, se quel che stai facendo andrà in onda giovedì questo, oppure l'altro. a leggere le agenzie, vien da dire anche "mai". la vita che mi piace capita nel frattempo. sabato notte ho letto un intero libro, con un dolore che mi spaccava in due. mauro covacich, prima di sparire. da togliere il fiato. da vertigine. e pieno di coincidenze assurde. il programma del quale covacich parla nel libro era anche il mio. la persona che lo ha invitato in trasmissione ero io. e su questo, mi piacerebbe far sapere a covacich che il libro l'avevamo letto, e che nessuno si era basato sulla scheda della casa editrice per l'intervista, nessuno se non la conduttrice. poche volte mi è capitato di rimandare il sonno, di ricacciarlo indietro per leggere. questa è stata una di quelle. e poi un libraccio letto per lavoro, e poi è iniziato il lunedì. come tutte le settimane.
giovedì 8 maggio 2008
alterazioni da preonda.
ecco, io, per esempio, sono un po' agitata. ho chiesto al fidanzato di parlarmi solo d'amore, di non aprire le bollette e di non affrontare argomenti complessi. sono da considerarsi argoemnti complessi tutte le faccende che non parlano d'amore. di pace. di fratellanza. messaggi universali che possono sembrare melassa ma sono consolazione, se sei agitatissimo, e io, per esempio, sono agitatissima. per dire, a parte il fatto che gli ospiti non politici non vip parlanti sono scelte mie, ecco io sarei al mio esordio. per dire, il capo è nuovo e io non ho avuto mai l'opportunità dif are il mio mestiere in diretta, con questo capo. con l'altro capo io facevo tutto anche dal morto, ma con questo capo è tutto nuovo. l'operazione è pericolosa, si tratta dif are documentaristica in diretta, in pratica, però è un discorso complesso, questo, che non prevede la parola amore e siccome io oggi sono agitata non posso parlarne adesso. sono agitata. sono moribonda. dall'agitazione, dico. per calmarmi l'agitazia ero andata anche dall'estetista, perché ci ho un bellissimo smalto lilla nuovo di pacca e siccome sono troppo agitata per vestirmi in modo diverso da come ho scelto di mettermi stamattina (quando non ero agitata), posso evitare la ballerina (che se mi agito prendo le storte anche con le ballerine) e piazzarmi il sandalino rasoterra, che così almeno vado all'ospedale per un attacco di panico e non per una caviglia martoriata. e stavo traquilla, nei limiti, dall'estetista. poi mi chiama walter. e mi dice che ilc apo mi cerca. e io vedo la mia vita in un minuto, riassunta davanti agli occhi. e chiamo il capo. e non riconosco la voce. e il capo mi ripete la dinamica di un assassinio. e l'estetista si spaventa. e io non mi agito. mi ripeto che devo far finta di essere intelligente, di capire. ecco, magari le risposte affrettate le do' in un altro momento. e il capo mi ascolta. incredibile ma vero. e il capo e io ci capiamo. anche se io sto oramai in uno stato di agitazione totale. mi truccherei se non fosse che la faccenda di stasera è anche commovente, oltre che indignante. ho paura che se cercassi di truccarmi finirei per infilarmi il kajal nell'occhio. ecco. il fatto è che io samarcanda la guardavo. comunque la pensassi, io la guardavo. anche quando non pensavo che poi toccasse a me farla. io, samarcanda, la guardavo.
settembre di maggio.
I wandered lonely as a cloud that floats on high o'er vales and hills, when all at once I saw a crowd, a host, of golden daffodils; beside the lake, beneath the trees, fluttering and dancing in the breeze. continuous as the stars that shine and twinkle on the milky way, they stretched in never-ending line along the margin of a bay: ten thousand saw I at a glance, tossing their heads in sprightly dance. the waves beside them danced; but they out-did the sparkling waves in glee: a poet could not but be gay, in such a jocund company: I gazed—and gazed—but little thought what wealth the show to me had brought: for oft, when on my couch I lie in vacant or in pensive mood, they flash upon that inward eye which is the bliss of solitude; and then my heart with pleasure fills, and dances with the daffodils.
william wordsworth, daffodils.
passavo per corso vittorio, andavo alla biblioteca in via caetani, il buono taxi compilato in fretta e furia, per far meno casino all'uscita, e mi sembrava settembre. guardavo il corso, il casino delle auto, e il cielo che cambiava, col vento di maggio, m'ha dato l'impressione di settembre. quei giorni che precedono di poco l'autunno, quel caldo umidino, col desiderio del golfino. m'è sembrato settembre. mi sono sentita come se un'intera stagione fosse già passata, come se fosse bastato chiudere gli occhi per saltare nel tempo.
non vedevo alessandra da 15 anni, e alla biblioteca di storia andavo a scrivere sceneggiature migliaia di anni fa, a quanto pare ci sono tornata in un giorno d'autunno, con un paio di occhiali bizzarri e un vestito strambo, alla vigilia di un giorno importante.
il capo si abbassa gli occhialini, smette di leggere la rassegna stampa e mi ascolta. mi sembra sempre di scaraventargli davanti una quantità industriale di informazioni, così ho preso l'abitudine di snocciolarle piano. escono più tranquille, e più sicure. si sta creando una comunione sana, una comunanza, una vicinanza che non credevo. come dovevo essere ridicola col mio cappottino rosa con le paillettes, prima di natale, al nostro primo colloquio.
la puntata di domani sera sarà uno strazio di sentimenti. come piace a me.
giovedì 24 aprile 2008
carenza di idee.
la foto è presa dritta dritta da repubblica, si tratta di una sfilata a cuba di rocco barocco. che ne dite della cameriera? a me sembra fantastica.
c’erano tre amiche e stavano camminando per un sentiero che portava a un lago. una era bassina e paffuta, una bella e di media statura, una alta e non tanto bella. erano i primi anni del ventunesimo secolo, e l’indicibile era accaduto così tante volte che tutti erano ancora scioccati, ancora increduli per quello che avevano visto, per quello che avevano fatto o non fatto. le anime morte non portavano più lunghe vesti: sierano liberate, e diffondevano il loro immenso accordo senza suono su tutto il mondo dei vivi.
kathryn davis, il luogo sottile, tradotto da martina testa per minimumfax.
"alcuni uomini non diventano pensatori solo perché hanno unamemoria troppo lunga", affermava il filosofo tedesco friedrich nietzsche. dovresti riflettere su questa frase enigmatica. la tua capacità di aprirti a nuove prospettive non è mai frenata dai legami che hai con il tuo passato? è possibile che alcune esperienze a cui sei affezionato ti impediscano di reinventarti continuamente? se la tua risposta è sì, è arrivato il momento di liberarti dei vecchi atteggiamenti. cerca di ricordare meno e di essere più disponibile verso il futuro.
c'è stata la puntata con roberto saviano. e tanto per confermare che "certe trasmissioni sono totalmente staccate dalla realtà", qualche giorno dopo (cioè ieri) ci è scappato il morto. poi c'è stato il ballottaggio di roma, e non pensavo davvero che me ne fregasse più di tanto. però sono rimasta senza fiato, sgomenta. e poi ci sono le cose che capitano qui. dopo qualche anno (4, per la precisione), non so bene cosa farò dopo questa trasmissione. so che continuerò a leggere, magari anche per altri editori, che scriverò (mai avuti cassetti e cervello così tanto a corto di idee...), che mi porteremo al mare (dove intendiamo restare un paio di mesi a sciacquettarci i piedi...). è strano non avere certezze, se non ti concentri, a pensarci, ti sembra che non avere certezze sia come non avere obiettivi. il fatto è che si cresce, si cambia, forse s'invecchia anche. nina sta prendendo l'abitudine di sgridarci, o forse solo di petulare con una certa insistenza, mentre noi assomigliamo a certi demoni preoccupati, con la preda in ritardo. leggo, con una certa voracità. mi resta lunedì per richiedere un visto per tehran, dove dovrei andare a ritirare un premio. prima però dovrei ritrovare il mio passaporto, per certo scaduto, del quale ho un'ultima memoria visiva su uno degli scaffali di poesia. ma poi, voglio davvero farlo questo viaggio? cambierebbe qualcosa? potrei essere investita da una ventata di creatività, andandome una setttimana in un paese che non m'ispira nulla di buono? basterebbe l'idea di protarsi a casa una quintalata di ottimo pistacchio, a farmi salire sull'aereo? me lo chiedevo ieri sera, buttata sulla poltrona del salotto, rivolta verso il cortile. pensavo a un cigno che avevo in una casa qui a roma, miliardi di anni fa. era di cartapesta, fissato al soffitto con poco filo da pesca. ogni volta che aprivo la finestra, stavo ad osservare la posizione che assumeva. se puntava verso la finestra spalancata, pensavo che fosse pronto per vedere il mondo, e mi sentivo contagiata da un'inesistente voglia di spiccare il volo. adesso guardo personalmente fuori dalla finestra, mettendo in fila le cose che sono già cambiate e quelle che sembrano pronte a farlo.
se vi va, fate un giro sul blog di anno zero. a proposito, grazie a tutti quelli che si sono fatti vivi per esprimere la loro solidarietà.
venerdì 18 aprile 2008
via a., 422.
tua madre ce l'ha molto con me perché sono sposato e in più canto però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a vergognarsi di me. la gazza che ti ho regalato è morta, tua sorella ne ha pianto, quel giorno non avevano fiori, peccato, quel giorno vendevano gazze parlanti. e speravo che avrebbe insegnato a tua madre a dirmi "ciao come stai ", insomma non proprio a cantare per quello ci sono già io come sai. i miei amici sono tutti educati con te, però vestono in modo un po' strano mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi "sono loro stasera i migliori che abbiamo ". e adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato. i miei amici ti hanno dato la mano, li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano. e tu aspetta un amore più fidato il tuo accendino sai io l'ho già regalato e lo stesso quei due peli d'elefante mi fermavano il sangue li ho dati a un passante. poi il resto viene sempre da sé i tuoi "aiuto" saranno ancora salvati io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.
fabrizio de andrè, "giugno 73".
che cosa cazzo sono andata a fare, la prima volta, in viale mazzini? non me lo ricordo più. cos'era... forse era settembre. anzi, era settembre. per ricordarlo devo tornare al mio primo contratto, allora ricordo la prima persona che ho visto, la prima firma. il primo perché. ricordo il primo colloquio. anche il secondo, in effetti. il primo fu con quello che adesso è il mio migliore amico. in un bar. in via sabotino. lui tardò 2 ore. io non dissi una parola. poi lo seguii, nella mia prima redazione. a conoscere la mia prima produttrice. che adesso fa altro. e conobbi il primo collega (del mio migliore amico). che da allora in poi fa il grande fratello.
la prima telefonata per fare un casting arrivò a milano marittima. una domenica, verso le 8.
gli holiday inn sono tutti uguali. eppure, questo lo ricordavo diverso. c'ero andata per una convention. di un cliente. di quando facevo pubblicità.
gli holiday inn sono tutti uguali. e forse anche le scuole tedesche, sono tutte uguali. quella villa azzurrina non me la ricordavo. il parcheggio sembrava più grande. a che piano era la scuola sceneggiatori?
ho aperto una finestra della stanza, per cambiare l'aria. perché si parla meglio, se l'aria è limpida. perché per ingannare l'attesa sono rimasta a lungo a guardare fuori. tutto grigio. e alberi meravigliosi. tanto verde. tanti pini. l'holiday inn è rosso mattone. finestre e balconcini da alveare. una leggera pioggia rendeva tutto più brillante.
ozpetek. molto ozpetek alle pareti. e nicoletta romanoff, per la prima volta sullo schermo, in ricordati di me.
poi lui entra. e mi chiede come si fa a fare un'inchiesta come "ospedali". gli posso raccontare perché, a partire da lì. perché me ne vado. fatico a ricordare la stanza in cui sono arrivata. la prima volta che mi sono persa in certi corridoi, nel palazzo del cavallo. ma oggi non lo dimenticherò tanto facilmente. uscita da un programma dove sto da cani, salgo su un taxi, a un metro dalla sbarra degli studi. 45 minuti di taxi, 4 code, 2 ingorghi dopo arrivo in un posto dove una volta ho studiato. la guardia. mi annuncia. mollo il documento. la guardia pensa che io sappia dove devo andare. io so solo che vado a vendermi. che percorsi quei metri e presa questa decisione comincerà un'altra attesa. diversa.
io l'ho detto parecchie volte. io gliel'ho detto. e adesso cambia poco. io, adesso, vado.
un abito blu. un abito blu, gli occhiali, mani piccole. forse perché io ho un uomo grande. che in un abito blu così piccolo sembrerebbe pinocchio.
come si fa un'inchiesta come quella? si gira due mesi e mezzo, si fa circa un mese di preparazione, si fa base telefonica. e poi accadono cose. fra chi gira. fra chi racconta. fra chi guarda.
gli holiday inn sono tutti uguali. per andare 33 euro e 50. per tornare 12.20.
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